Genova, il mare a levante di Davide Lucchesi

Inizio il mio viaggio in un’ insolitamente tiepida giornata d’inizio dicembre; destinazione Monumento dei Mille; prima tappa Corso Italia: sottovalutata da molti, ignorata da tanti, amata da pochi.

Nei giorni in cui la maccaia è spazzata via dalla fredda Tramontana ti senti al centro di tutto: ponente e levante compaiono dal nulla con i loro promontori.

D’inverno le mareggiate la bagnano;  solitaria nelle gelide burrasche; d’estate,  pellegrinaggio notturno per un gelato.

Alla Foce del Bisagno , “fiume” dei genovesi, inizia il mio viaggio. L’inizio è sconsolato: cemento, solitudine, abbandono; i baracconi del Luna Park spenti e muti, rinfrescati dalla mareggiata, non fanno che accrescere queste sensazioni.

Incontro qualche pescatore che tiene duro; vecchi Lupi di Mare che non si arrendono, barbe incolte, occhi che scrutano l’orizzonte guardando indietro nel tempo.

Qualcuno pulisce il “gozzo”; qualcuno parla; altri sparsi, distanti, ma con la testa, vicini, guardano le onde infrangersi sul molo di solito affollato di pescatori d’acciughe.

Uno di loro mi guarda e mi sorride, sorriso amaro che vale più di mille parole. Occhi blu, solchi sul viso come crepe nella roccia, nelle mani tremolanti un cappello. Credo che quest’uomo abbia sopportato troppi inverni. Ricambio il sorriso e mi incammino verso l’inizio della passeggiata. Non fa freddo ma il salino nell’aria mi punge sulle guance.

L’inizio è in salita, come se ci si dovesse conquistare qualche cosa: leggera ma pur sempre salita che ti fa perdere il fiato quando in cima spunta all’improvviso, là, in lontananza, Punta Chiappa. Poco a sinistra giganteggia il Fasce, quel monte ormai ricoperto d' antenne che ti osserva per tutto il viaggio.


Procedendo verso levante, tante persone osservano le onde dall’alto, sapendo che nessuna sarà uguale. Il mare è carico di rabbia. Il Forte di San Giuliano, a sinistra,  quasi spaventa con i suoi echi d' un passato che fa ancora male: ultimo Forte a Levante a guardia del mare.

L’Abbazia di San Giuliano mi invita a scendere per il  Lungomare Lombardo e a provare ad immaginare una storia, il mutare delle maree, il tempo di guerra e la mano pesante dell’uomo.

Pur incerottata è ancora in piedi.

Le onde mi impediscono di scendere alla spiaggia, così torno su e mi dirigo verso la fine della passeggiata.

In lontananza una chiesa, mi avvicino, lei non molto grande riesce comunque a nascondermi quello che c’è dietro. Quasi di fretta la aggiro ed ecco davanti a me Boccadasse, un piccolo quadro con una bella e fine cornice.

Un piccolo Impero delle Favole con le case colorate, una sopra l’altra quasi volessero fare  a gara a chi tocca il cielo per prima.

Una scogliera, tante barche e altri pescatori che guardano quel mare sempre uguale e sempre diverso. Una crosa mi porta nella piazza e mi fa sentire al centro di un quadro del romanticismo; di fronte il mare che ruggisce e dietro, come in un labirinto,  strade e stradine che si arrampicano …. e ti tentano. 
Ognuna porta a un tesoro, terrazze, scorci, fessure che mostrano il mare come non si è mai visto. Poi una strada diversa mi chiama : gatti randagi mi “dicono” di seguirli. Con affanno gli sto dietro e poi si dileguano nel nulla ma non ci faccio caso perché mi hanno mostrato una meraviglia: uno spiazzo dal quale vedo l’altra faccia di Boccadasse, nascosta come quella della Luna.

Saluto e volto lo sguardo verso la meta, a levante. E altre strade, altre stradine, spiagge, altri  pescatori e altre storie.

Mi butto giù per vicoletti e crose: il buio sta per arrivare, devo fare presto; scendo, mi perdo, mi sento come Alice nella Tana del Coniglio: sbuco d’un tratto in un altro paradiso: Vernazzola, un piccolo mondo, una perla. Case colorate, barche, case mangiate dal salino. Marinai.

Mentre proseguo uno di loro mi indica qualche cosa, tra i rami di un albero addossato a una casa: un topino al riparo da tutto quel rumore e quel mare che avanza sempre di più. Si crea ,attorno al topino e al marinaio un assembramento di persone; una riunione sindacale, quasi. Tema del giorno: cosa fare del topino. Qualcuno si lancia in un sillogismo aristotelico, qualcuno parla della Vita e della Natura e uno rimpiange Mussolini come se a quel tempo non ci fossero topi. Rimarrei volentieri ma, come dico a uno di loro, devo andare: la mia ombra si fa sempre più lunga; il sole sta facendo il suo corso, ancora poco e dovrei essere arrivato.

Sturla, altra spiaggia,  rami, alghe e spuma la addobbano come tutte quelle che ho incontrato oggi.

Due anziani guardano il mare con il figlio, l’ultimo sole li illumina di un’insolita luce dorata. Il mare mi impedisce il passaggio così devo tornare sulla strada principale: costeggio l’Ospedale dei bimbi e vedo finalmente la meta.

Il resto del tragitto lo percorro in “apnea”, sopra il mare,  verso la “partenza”; finalmente arrivo: il Monumento, Quarto dei Mille.  Monumento, statua in ricordo di chi è caduto e di chi ha fatto qualche cosa di incredibile.

Uno sguardo indietro e guardo tutta la strada percorsa, sembra di rivivere ogni momento.
Il mare batte sugli scogli, scalcia l’asta della Bandiera che non si muove di un millimetro.
La schiuma mi arriva ai piedi, il mare prova a salire ma non ci riesce ancora; il freddo si fa sentire.
Non c’è nessuno; c’è silenzio quasi come se il tempo si fosse fermato; il Sole sta per andare a illuminare altre persone.

Il mio viaggio è finito, saluto il Monumento con dietro il Sole che tramonta, rosso, come i vestiti di chi, da qui, centocinquantadue anni fa, partì, per scrivere la Storia.