Giardini di Villa del Principe

IL GIARDINO DI ANDREA DORIA

Subito dopo aver costruito il suo palazzo, Andrea Doria si preoccupa di dotarlo di giardini adeguati all’importanza della dimora. Sappiamo infatti che già nel 1533, quando l’imperatore Carlo V viene ospitato nella residenza del suo ammiraglio, essa risulta fornita di “amenissimi giardini”. La prima sistemazione di questi è probabilmente dovuta a Pierin del Vaga, allievo di Raffaello e dal 1528 artista della corte del Doria. Intorno al 1545, inoltre, il condottiero chiama a Genova Giovannangelo Montorsoli, già collaboratore di Michelangelo, per fare “nuove aggiunte di fabbriche e giardini bellissimi”.

E’ stato ipotizzato che al periodo di presenza di Perin del Vaga a palazzo, negli anni Trenta del Cinquecento, risalga la costruzione del grande pergolato detto in alcuni documenti, con termine arabo, la “cubba” . Esso costituiva il primo livello del giardino settentrionale, ed era unito al piano nobile del palazzo da una passerella che scavalcava la sottostante via pubblica. La struttura venne distrutta tra il 1849 e il 1850 in occasione dei lavori per l’apertura della linea ferrata.

IL GIARDINO DI GIOVANNI ANDREA I

A Giovanni Andrea I Doria (1540- 1606) si deve l’immagine “definitiva” del complesso monumentale di Palazzo del Principe. Egli incarica l’architetto Giovanni Ponzello di ampliare e abbellire i giardini ereditati dal predecessore, Andrea I. Il giardino meridionale viene contornato da una serie di costruzioni adibite a vari usi e arricchito di numerose fontane e sculture. Tra queste domina la grande Fontana del Nettuno, in cui la figura del dio del mare allude chiaramente al potere dei Doria sulle acque.

Vengono inoltre realizzate quattro fontane ornate dalle figure delle Quattro Stagioni, poste agli angoli del giardino. Esse sono citate nel diario di viaggio dell’architetto tedesco H. Schickardt che ne registra la presenza nel 1599. Sul lato occidentale del giardino, Giovanni Andrea fece costruire nel 1603, un’uccelliera di notevoli proporzioni, oggi distrutta, che suscitava lo stupore ammirato di tutti i visitatori. Costituita da grossi pali di ferro che sostenevano una rete metallica, racchiudeva un bosco di cipressi e di altri alberi ad alto fusto, su cui si posavano e nidificavano fagiani e innumerevoli altri uccelli. La decoravano tre grandi fontane marmoree e alcuni pannelli dipinti.

LE MERAVIGLIE DEL GIARDINO SETTENTRIONALE

LA  GROTTA  DORIA

Intorno al 1548, Galeazzo Alessi, il cui soggiorno genovese, alla metà del secolo, dà avvio ad un importante rinnovamento del linguaggio architettonico locale, progetta una grotta artificiale interamente rivestita di mosaici composti dai materiali più vari e preziosi, “marmi, coralli, madreperle” e “ciottoli grandi quanto mezza unghia”. La grotta viene acquistata da Giovanni Andrea I Doria nel 1603, insieme all’intera proprietà Galleani di cui originariamente faceva parte, e diventa così una delle “delizie” del giardino settentrionale del Palazzo del Principe. All’inizio del Novecento essa viene inglobata in un palazzo di civile abitazione e ridotta al rango di cantina; subisce danni a seguito di trasformazioni edilizie e viene colpita da bombardamenti nel corso dell’ultimo conflitto mondiale. Recuperata agli studi negli anni Ottanta, dopo un lungo periodo di oblio, la grotta nel 1999 viene riacquistata dalla famiglia Doria, che ne cura il restauro conservativo.

IL GIGANTE

Dal 1586 al 1939 anno della sua demolizione, la grande statua di Giove detto il Gigante domina la collina di Granarolo e l’intero complesso monumentale di Palazzo del Principe. Alta circa otto metri ed inserita in una monumentale nicchia, la statua apparteneva al genere dei colossi, di gran moda nel XVI secolo anche per suggestione dei pezzi antichi che si andavano ritrovando negli scavi. Essa fu eseguita in stucco dall’urbinate Marcello Sparzo, per ordine di Giovanni Andrea I. La figura gigantesca di Giove e la fontana del Nettuno al centro del giardino meridionale, rivolte l’una verso l’altra, creavano un asse prospettico immaginario che collegava la parte più alta della proprietà Doria al mare, travalicando l’edificio simbolicamente posto sotto la protezione delle due divinità.

IL SEICENTO

Negli anni Trenta del Seicento le mura, erette dalla Repubblica di Genova a scopo difensivo lungo l’arco che va dalla Lanterna a S.Tommaso, si frappongono tra il Palazzo del Principe e il mare. Giovanni Andrea II Doria invia una lettera di protesta al Senato, sottolineando l’impatto negativo dell’operazione sulla sua dimora, ma tutto inutile: la cinta viene costruita, l’affaccio diretto del giardino e della loggia meridionale sulle acque è perduto.

IL SETTECENTO

Il giardino a monte, alle spalle del palazzo, è articolato in terrazze sovrapposte collegato da rampe di scale. E’ notevole la presenza di alberi da frutto, soprattutto gli agrumi, spesso citati per il loro numero e le loro notevoli dimensioni nei diari di viaggio dei visitatori del XVIII secolo. Il giardino del palazzo è lo sfondo prescelto per un ritratto di una elegante dama del primo Settecento, probabilmente Livia Centurione, vestita alla moda francese. Possiamo scorgere alle sue spalle la grande fontana al centro del giardino, la  loggia affacciata sul mare e, sullo sfondo, il Molo Vecchio del porto di Genova.

Nel primo Settecento vengono inserite nel giardino due peschiere,vasche quadrilobate che si presentavano come laghetti animati al centro con uno zampillo, poste sulla stessa linea mediana della grande Fontana del Nettuno. Questo crea nello spettatore l’impressione di vedere un giardino suddiviso in grandi partizioni rettangolari, in realtà formati da quadrati contigui, disposti in modo da sembrare un unico compartimento, secondo i principi di composizione dei giardini barocchi francesi. Gli elementi essenziali di questa disposizione del giardino sono testimoniati già nella planimetria di Gio Batta Parodi. Per il disegno interno alle aiuole, Pietro De Cotte elaborò nel 1753 un progetto di parterres de broderie probabilmente mai realizzato nelle forme specifiche indicate, ma non lontano, come gusto, dalla sistemazione testimoniata a fine secolo dal preciso rilievo del Brusco, ingegnere militare.

L’OTTOCENTO

Nei primi decenni dell’Ottocento, il giardino meridionale conserva la struttura “all’italiana” ereditata dai secoli precedenti. Le immagini dell’epoca ci mostrano aiuole ampie e regolari, orlate da siepi ornate agli angoli da forme topiate.

A partire dalla metà dell’Ottocento il giardino ha un assetto “all’inglese”, ricco di alberature. La Principessa Mary Talbot Doria, sposa di Filippo Andrea V, dà avvio ad un processo di aggiornamento dei giardini di famiglia secondo il gusto del parco romantico, ormai ampiamente diffuso e in ogni caso particolarmente consono alla cultura di origine dell’aristocratica. Il giardino di Palazzo del Principe che aveva mantenuto dalle origini una sistemazione all’italiana, caratterizzata dalla partizione in aiuole regolari  e vialetti simmetrici, viene profondamente modificato tra il 1853 e 1857.

Il primo progetto propone una soluzione di compromesso tra le istanze innovatrici della Principessa inglese e la resistenza culturale dei giardinieri genovesi, pienamente legati alla tradizione formale. Viene presentato un giardino fittamente alberato ma articolato ancora secondo assi simmetrici. In seguito viene imposto da Roma un progetto che rompe più radicalmente con il disegno precedente del giardino, introducendo vialetti sinuosi e non simmetrici, ombreggiati da un gran numero di alberi ad alto fusto.

Il DEGRADO DEL GIARDINO

Nel 1944 sia il palazzo che il giardino meridionale subiscono devastanti bombardamenti da parte della forze alleate. La posizione del complesso monumentale, vicino a obiettivi di evidente valore militare come i binari ferroviari, di per sé lo candida a subire danni; inoltre, un’erronea informazione che lo segnala agli alleati come sede del quartiere generale tedesco (ubicato nel vicino edificio dell’Hotel Miramare) lo rendono un obiettivo di primaria importanza, colpito in ripetute occasioni.

Nel corso dei bombardamenti fu colpita anche la cinquecentesca Fontana del Nettuno, al centro del giardino, poi ricomposta negli anni Cinquanta.

La fotografia aerea mostra il Palazzo del Principe nell’attuale contesto urbanistico. Il giardino a monte, che arrivava alla sommità della collina, è stato distrutto a partire dalla metà dell’ Ottocento per far posto ai binari della ferrovia, ad un quartiere di civile abitazione e all’ampia mole dell’Hotel Miramare (1913). A sud l’edificazione della nuova Stazione Marittima, l’ampliamento di Via Adua negli anni Trenta e la costruzione della sopraelevata (1962-65) hanno interrotto il rapporto del complesso monumentale con il mare, circondandolo con una fascia viaria di intenso traffico.

L’INTERVENTO DI RIPRISTINO

Nel 1996 il giardino era costituito da un parco romantico degradato, suddiviso in più parti e destinato ad usi impropri. La vegetazione infestante ricopriva vialetti e i manufatti, mentre le chiome allargate formavano una cupola di penombra.

Nel corso della prima campagna di scavo vengono alla luce gli invasi di quattro fontane al cui centro erano ancora presenti le statue delle stagioni su piedistallo. Queste facevano parte del giardino rinascimentale. Si ritrovavano inoltre le due peschiere mistilinee, inserite nel Settecento.

A questo punto, si analizzano tutte le fonti documentarie disponibili; vedute del giardino, diari di viaggiatori, trattati, e testimonianze di archivio. La committenza indica, quale principio guida per l’intervento di ripristino, il ritorno ad un assetto paesaggistico formale di ispirazione cinquecentesca, in quanto è questo il periodo di massimo splendore del Palazzo e della presenza dei Doria a Genova. Si elabora un modello teorico di ricostruzione topografica basato sulle emergenze architettoniche presenti nel giardino e sull’applicazione dei principi progettuali rinascimentali. Tale modello è stato largamente confermato dalle indagini archeologiche, in particolare dal ritrovamento delle basi delle panchine che circondano la Fontana del Nettuno ora riproposte nella posizione originale.

Anche il ripristino dell’impianto vegetale è di ispirazione cinquecentesca sia per la scelta di generi, specie e varietà botaniche che per il loro inserimento e consociazione nel giardino. Le piante proposte sono prevalentemente erbacee perenni e annuali, aromatiche di piccola taglia mentre le  siepi sono realizzate in mirto. Vengono inserite piante già impiegate nel Medio Evo e ancora utilizzate nei giardini cinquecenteschi come i garofani, le viole e le rose. Si ripropongono inoltre le novità botaniche dell’epoca, ovvero le piante originarie del Nuovo Mondo (tagete, mirabilis, amaranti, tabacco) e le piante orientali (verbaschi, cisti, anemoni). Molte di queste erano considerate piante coronarie, ovvero destinate alla composizione di ghirlande, corone festoni e mazzolini, a scopo propiziatorio, medicinale e magico. Il giardino ospita inoltre collezioni di agrumi e gelsomini in vaso.

GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

L’indagine archeologica ha previsto l’assistenza al cantiere di restauro della porzione centrale del giardino e l’apertura di sondaggi stratigrafici nella parte ovest del giardino. I lavori di ristrutturazione al centro del giardino hanno posto in luce ampi tratti di condutture relative all’impianto idrico di alimentazione delle fontane e di irrigazione delle aiuole, articolato in un sistema di condutture in tubi di terracotta e marmo.

Nella parte ovest del giardino gli scavi hanno permesso di riportare in luce parte dell’enorme voliera voluta da Giovanni Andrea I nel 1603. Di questa struttura, che nella sua versione originale era costituita da una lunga gabbia in ferro, sono stati individuati i blocchi in pietra con i alloggiamenti per sostenere i pali della struttura. Sono state reperite nell’area buche riempite di macerie, databili alla fine del XVII secolo, che hanno restituito numerosi reperti relativi alla vita quotidiana della villa. Lo scavo ha anche restituito tracce del più recente giardino romantico all’inglese con l’individuazione delle aiuole e di una vasca di forma ovaleggiante irregolare che doveva rappresentare nella nuova sistemazione una sorta di stagno all’ombra di grossi alberi.

Il  SISTEMA IDRICO

Il sistema idraulico del palazzo e dei suoi giardini può immaginarsi come una complessa rete di connessioni, in cui le tubature a pressione alimentavano una vasta tipologia di fontane. Dai documenti storici apprendiamo che il punto di provenienza delle acque era l’acquedotto del Lagaccio, sul quale la Repubblica di Genova aveva concesso ad Andrea Doria diritti particolari. Il primo sistema idraulico di alimentazione del giardino, articolato su due assi laterali ed uno centrale, di servizio alla Fontana del Nettuno, comprendeva tubature in piombo e in terracotta, alimentate attraverso la conduttura proveniente dalla torre d’angolo, che già doveva essere stata costruita. La seconda fase di sviluppo di questo sistema idraulico, legata all’introduzione delle due peschiere poste sull’asse parallelo al palazzo all’altezza della centrale Fontana del Nettuno, è documentata in maniera eccezionalmente dettagliata nei disegni settecentesco di Giò Batta Parodi e dello schiavo Amett. La novità rispetto a quello precedente è l’introduzione di un sistema di comunicazione tra le condotte di alimentazione degli assi laterali e quella centrale del Nettuno che diventa il punto in cui confluiscono tutte le acque.

L’ARTE TOPIARIA:

Nell’antica Grecia e in epoca romana il termine “ars topiaria” indica l’arte di dipingere un paesaggio, ovvero realizzare veri e propri dipinti trompe-d’oeil sulle pareti dei porticati o delle stanze adiacenti ai giardini con l’intento di ingrandire le dimensioni di quest’ultimo.Quindi il “topiarius  era in un primo tempo il pittore e in seguito divenne l’artista-giardiniere in grado di plasmare materiale vegetale per ottenere dalle piante fogge singolari. L’arte topiaria ha quindi origini antichissime ma è nel Rinascimento che si sviluppa al massimo, epoca in cui l’uomo desidera esprimere la sua assoluta supremazia sulla natura.

Dell’arte topiaria nel giardino del Principe Doria abbiamo una testimonianza lasciata nel 1599 da un architetto e fontaniere tedesco H. Schickhardt che afferma: “Un cacciatore di bosso, verso cui si muovono animali di bosso, solamente le teste sono tagliate scolpite in legno”.

Nel realizzare queste sculture verdi, ancora oggi si utilizzano le medesime tecniche antiche. Si procede creando una struttura sottile di metallo che serve per legare la chioma e sagomare la pianta, successivamente la forma viene mantenuta con l’esclusivo uso delle forbici.  

 

 

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